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Partenza stellare

Ho iniziato da vera signora con l'invito alla serata di preapertura con la prima mondiale del leggendario Queen Kelly del 1929.

Il capolavoro incompiuto del grande regista Erich von Stroheim, prodotto e interpretato dalla diva più affascinante dell’epoca Gloria Swanson, sopravvissuto come una rovina scintillante, è stato presentato in una nuova versione restaurata con materiali ritrovati e accompagnato dalla nuova colonna sonora originale di Eli Denson, eseguita dal vivo dal Syntax Ensamble. 

Inutile sottolineare la mia soddisfazione per la chicca che Biennale Cinema ha snocciolato stavolta e il mio amore incondizionato per la coppia von Stroheim/Swanson (fantastici anche nel mio film della vita, Viale del tramonto del 1950, che, meta-cinemamente mostra proprio una scena di Queen Kelly) .


Restando in tema divinità, la tradizione vuole che incontri almeno una volta all'anno la mitica Tilda Swinton. La sua allure inconfondibile e gli outfit Chanel hanno incantato, prima, il red carpet di apertura, e poi, quello di presentazione di Broken English, ritratto documentaristico della cantautrice e icona Marianne Faithfull, fuori concorso.

(Tra le interpreti di quest'ultimo anche la Suki Waterhouse fidanzata del figone Robert Pattinson - non pervenuto, peccato).

La mia riverenza per la Swinton non può che essere rinnovata.

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Momenti difficilissimi e altissimi non vi temo

Meno affascinante ultimamente il nostro Paolo Sorrentino e il suo La Grazia, in concorso.

Amara delusione stavolta, non solo per la qualità del selfie pre Sala Grande, ma per il contenuto falsamente moralistico e propagandistico e lo stile stucchevole e fastidiosamente retorico del film. Ho trovato sinistramente insopportabile la cappa di seriosità pensosa a mo' di maschera prezzolata, per niente credibile e dal sapore posticcio.

E poi, proprio l'opera che vorrebbe esplorare il potere nei palazzi istituzionali, pare abbia utilizzato finanziamenti per la produzione provenienti da aziende con legami con la tecnologia militare israeliana. E il regista su questo tace. Non bene.


Mi sono consolata e galvanizzata alla grande invece con il miracolo Cover-Up. Ragazzi, che botta!Cioè, davvero abbiamo potuto vedere al Festival un lavoro investigativo così scomodo, una denuncia così esplicita sull'impunità delle agenzie di intelligence e sul fallimento della stampa?Non pervenuta comunque la data di uscita nelle sale.E Davvero Sey Hersh è ancora tra noi? Duro e puro.

Peccato l'emozione. Giuro, queste sono le ultime foto brutte.

La regista Laura Poitras, premio Oscar nel 2015 per Citizenfour e Leone d'Oro nel 2022 per All the Beauty and the Bloodshed, è riuscita a portare, fuori concorso la controstoria degli Stati Uniti attraverso la carriera del coraggioso giornalista Symour Hersh.

Cover-Up è un documentario da guardare, perché  spiega l’insabbiamento e lo svelamento, l'opacità sbandierata e la trasparenza mancata di oggi. La sorveglianza globale, che, con la scusa della sicurezza, pervade qualsiasi spazio della sfera pubblica e privata non è altro che il sintomo della solita corruzione delle grandi corporazioni, della violenza istituzionale, nonché dei crimini di guerra.

Chapeau.


E' il momento del mio Luca.Luca Guadagnino in pompa magna.Allora, posto che quando porta un film a Venezia è praticamente inavvicinabile, mentre quando ci viene senza, come ospite e per vedersi i film, è uno di noi (o quasi), quest'anno con Julia Roberts è stato proprio su un altro pianeta e un po' dispettoso.Si è visto praticamente solo in gran soiree sul red carpet alla prima del suo After The Hunt. Bellissimo anche in jeans e giacca casual-chic Dior (e più alto anche di Andrew Garfield).Per fortuna c'era il mite Michael Stulbarg, che col suo faccino da papà Perlman (e anche un po' da A Serious Man), mi ha riportato alle atmosfere riconcilianti di Chiamami col tuo nome (un bacio a tutte le pesche!).Veniamo al film.Difficilotto - come l'abito Versace della Julia. Ma non in senso negativo. Difficile perché impegnativo. Guadagnino con questo thriller psicologico ci fa riflettere e dubitare continuamente. All'uscita dalla sala non mi sono sentita destinataria di una tesi predisposta, semmai chiamata in causa, come elemento attivo di un pensiero critico sempre in divenire.  Il tema è il concetto di manipolazione, verità e colpa, ma il film non scioglie l’ambiguità della storia, semmai la amplifica, perché, in fondo, la verità è multipla e rimane quasi sempre provocazione intellettuale.

Torna anche qui la società del controllo, in questo caso collocato nelle dinamiche di potere e sorveglianza reciproca tra i personaggi del microcosmo accademico e nell'utilizzo del web, dei social.

After the Hunt è un signor film. Bello e disturbante. Mentre la regia è perfetta e senza sbavature, l'evento posto fuori campo ci disorienta e ci chiede da che parte stare. Ma la risposta è impossibile, perché la filosofia morale dei dialoghi è presto tradita per sopravvivenza o narcisismo.

Per me è questa la grandezza del regista, già nell'incipit  con Otto von Bismarck:

'La gente non mente mai così tanto come dopo una caccia, durante una guerra, prima delle elezioni'.

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Avanti coi belli

Signore all'ascolto, lo dico subito: non ho selfie né con il notevole Jacob Elordi in Bottega Veneta, né con Oscar - occhi sessosi, lasciamo stare l'outfit - Isaac!

Non ho visto Frankenstein - anche perché non è proprio il mio genere, sorry.

Forse ho sbagliato, magari lo vedrò in sala. In effetti, anche se non amo il gotico, il monumentale ultimo lavoro del regista messicano sul romanzo di Mary Shelley, merita di essere visto, se non altro per l'attualità della sua domanda: cos’è umano e cos’è artificiale?

La creatura di Frankenstein è il simbolo dell’hybris demiurgica (o oggi dell'AI), della sfida scientifica a Dio (o all'uomo) e del rischio nel voler creare la vita senza essere pronti (o in buona fede) ad assumersene le conseguenze, come padri (o padroni) irresponsabili.

Guillermo Del Toro in compenso è un cucciolone e il suo amore per i mostri, non semplici antagonisti, ma figure tragiche che riflettono la mostruosità umana, è commovente.

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Ho visto invece La valle dei sorrisi , fuori concorso e l'ho trovato bellissimo. Quasi quanto Michele Riondino (per il quale ho avuto un colpo di fulmine nel 2012 in Acciaio di Stefano Mordini, recuperatelo!).

Questo terzo lungometraggio del giovane e interessantissimo Paolo Strippoli ha ambientazioni e atmosfere affascinanti e perturbanti, un po' Shining, un po' Twin Peaks.

Ecco, questo è l'horror che mi piace, cioè l'utilizzo del genere come pretesto per raccontare altro, in questo caso, una storia di dolore e falsi sorrisi. I mostri qui sono interiori e nascono dalla fragilità umana e dalla mancata elaborazione del lutto.

Il regista, assolutamente da tenere d'occhio, ci dice bene quanto il dolore sia importante, così come l'amore che cura, ma a caro prezzo. Ci dice che imparare ad accettare il proprio dolore e ad abbracciarlo è un atto di necessario coraggio, il coraggio di non sorridere.


Restiamo in Italia con Duse di Pietro Marcello, in concorso.

Valeria Bruni Tedeschi è sempre super intensa e meravigliosa, ma, in generale, rispetto anche a  Martin Eden del 2019, questo lavoro non mi ha presa. Riporto solo allora le parole del regista sugli intenti del film:

'Duse affronta il suo bilancio finale: con il suo talento, con il proprio corpo, con la maternità, con D’Annunzio, con la storia d’Italia. Non volevo realizzare un biopic, ma raccontare l’anima di una donna, un’artista, in un’epoca di grandi sconvolgimenti storici, con la possibilità di indagare temi a me cari: da una parte il ruolo dell’artista di fronte a tragedie come la guerra, la povertà e il dolore; dall’altra, le possibili declinazioni del rapporto tra arte e potere'.

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Chiudiamo in bellezza con la resistenza

Veniamo ora alla mia seconda personalissima hype di quest'anno.

La prima l'avete capita dalla quantità di testo e dedizione riservatigli qualche paragrafo più su. La terza era per Gus Van Sant e mi maledico per non essere riuscita a vedere Dead Man's Wire. Lo recupererò appena esce nelle sale.

Ebbene, volevo tanto dire a Benny, pur senza Josh, Safdie, che i loro film sono pazzeschi e stilosissimi! Adoro Good  Time del 2017 (col figone già citato Robert Pattinson) e anche Diamanti Grezzi del 2019. 

Ahimè, non ci sono riuscita. La separazione artistica dal fratello, comunque, non solo, raddoppia lo spettacolo (anche l'altro Safdie ha in serbo un film, niente po' po' di meno che con Timothée Chalamet!) e le possibilità d'incontro, ma, ha portato qualcosa di diverso rispetto alla loro originale cifra stilistica.

The Smashing Machine, in concorso, è un film semplice, paradossalmente, per niente adrenalinico come ci si poteva aspettare. E' il ritratto di un campione fragile, un intenso ed emozionante dramma sportivo, con sogni, cadute e rinascita. E' un film sulla stanchezza, incredibilmente umana e bellissima, che predilige la vulnerabilità di un corpo gigantesco e i piccoli gesti quotidiani all’eccitazione e al trionfo dei combattimenti. I momenti trionfali cedono il posto alle sconfitte, alle cicatrici e al dolore.

Anche qui torna il dolore, vero, tangibile, umanissimo, il vero avversario invisibile che logora il protagonista.

Doloroso è anche il suo sentimento per la fidanzata, una fichissima e anche lei dolentissima Emily Blunt - una dea sul red carpet in Tamara Ralph. I due sono fantastici, litigano e si sfidano con la stessa intensità e varietà delle arti marziali miste dei match di MMA.

Ecco, lì per lì, questo modo di fare cinema, lontano dal carattere visivo e narrativo veloce e schizzato, ma estremamente immersivo, sembrava non mi avesse colpita particolarmente, invece, a distanza di giorni, il film mi si è insediato con un ricordo e un sentimento malinconico e vividissimo.

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Colpo di scena sul finale!

Come ho adorato terminare la maratona di film con questo thriller poliziesco. Non potevo sperare in una conclusione, ancora fuori concorso, migliore del film di chiusura Chien 51!

Non ne sapevo nulla, se non che è francese e che volevo chiudere il Festival in Sala Grande!

I francesi stanno andando alla grande ultimamente (Dogman, Anatomia di una caduta, Noi e loro). Non so, mi sembrano finalmente usciti da certi cliché ricorrenti che il pubblico ama e riconosce.

Cédric Jimenez esplora il tema della giustizia e della sicurezza quando quest'ultima viene affidata ad uno strumento ultra-intelligente privo di coscienza e umanità. C'è una Parigi distopica, la società di stampo orwelliano, l'AI di sorveglianza governativa e le forze dell’ordine colluse. Un algoritmo decide chi è colpevole e chi è innocente.

Ecco che torna ancora il tema del controllo. Ma finalmente nel finale vincono il poliziotto umano, molto umano, Gilles Lellouche, e lo spirito di rivolta e insurrezione dei cittadini. Adoro!

Chiudo. Sì, le foto fanno schifo e, sì, il film forse è poco sviluppato, ma, cavoli, come resistere all'attizzante Louis Garrel a capo del gruppo di ribelli rivoluzionari e all'eco dell'Antigone di Sofocle?

'Molte sono le meraviglie, eppure nulla è più portentoso dell’uomo'.