Intelligenza Artificiale e nuovi confini.
L’argomento è tosto, ma confido nella pazienza, lungimiranza e apertura mentale di chi legge.
Torniamo a qualche articolo fa: ricordate quando parlavo di desiderabilità sociale e modo di pensare e fotografare?
Lì al centro c’erano i selfie, i nostri autoscatti che capovolgono la prospettiva della fotografia d’arte, dell’inaspettato, del guizzo d’autore, in nome della previsione e dell’atteso. L’atteso è il risultato fotografico che deve corrispondere precisamente alla nostra idea di noi stessi, al nostro concetto di bellezza.
Parlare di bellezza e Intelligenza Artificiale oggi significa perdere i confini tra reale e ideale, contemplando una nuova forma di controllo sui segni del tempo e dell’unicità.

L’estetica proposta è in serie. Più in generale, nulla è più mistero, tutto deve coincidere: come la mia immagine diventa la mia immagine digitale, così il mio mondo reale diventa il mio mondo virtuale.
Ogni confine viene poco a poco abbattuto e ogni strada sembra percorribile grazie a nuovi aggiornamenti e traguardi dell’Intelligenza Artificiale.
Intelligenza Artificiale e Moda
All’interno dell’articolo dedicato i tre creativi spiegano con soddisfazione come la forma finale del progetto sia il frutto della collaborazione tra ispirazione umana e rappresentazioni artificiali.
Intelligenza Artificiale: il superamento dei limiti dell’immaginazione
Eccoci al punto. Quella che chiamano nuova alleanza tra creatività e Intelligenza Artificiale apre, sì, un’interessante riflessione sul tema, ma, a mio parere, non ne scorge fino in fondo i rischi connessi.
Il tenore di tutto il numero di Vogue è incredibilmente fiducioso sull’incremento della tecnologia AI. Questa è vista come importante mezzo al nostro servizio, perché, se guidata costantemente, è in grado di trasformare in maniera positiva l’industria della moda e non solo.
La convinzione sulla quale poggia il sostegno di quello che viene considerato uno straordinario strumento rivoluzionario è, a mio parere, fin troppo disinvolta. Il presupposto che viene dato per certo è che l’apparato tecnologico, non possedendo emozioni o spunti inventivi come l’uomo, se non dettati dal quest’ultimo, ha pur sempre bisogno della creatività umana.
Ebbene, siamo proprio sicuri che l’Intelligenza Artificiale sia semplicemente utile per supportare e migliorare il lavoro, ad esempio, dei designer, ma non possa sostituirli completamente?
Personalmente, riguardo, ad esempio, l’implementazione della digitalizzazione su tutti i fronti della nostra esistenza, sulle prime, ero impreparata e, tutto sommato, ottimista. Successivamente però, date le sue ingerenze sulla privacy e le sue applicazioni nell’ambito del controllo sociale, ho adottato un atteggiamento più prudente.
Allo stesso modo, il rischio che l’autoapprendimento dell’AI soppianti la creatività umana (e l’uomo stesso?), se quest’ultima si riducesse a mere componenti informative dell’esperienza e del mondo o alla banalità delle sue emozioni, non è affatto schivato.
Anzi, a me pare che le condizioni perché ciò avvenga ci siano già.
Il problema quindi è posto, ma non è affrontato davvero. E’ guardato con distacco come se non ci riguardasse ancora.
L’AI non è una moda. L’AI sta cambiando per sempre la società
Questo percorso intrapreso ha indubbiamente delle insidie ed è incredibile come (anche) il fashion system liquidi velocemente la questione.
Se è vero che, ad esempio, sul fronte della sostenibilità (termine abusato e strumentalizzato che ora mi da l’orticaria), la produzione può avere dei vantaggi, sul fronte invece delle risorse umane la questione è più complicata.
Se certi processi possono essere ottimizzati, riducendo gli scarti di tessuti e materiali, per gli addetti ai lavori l’automatizzazione delle attività di produzione e di vendita potrebbe portare alla perdita dell’impiego.
Come sarebbe questo articolo se fosse stato scritto da un computer e non dalla vostra crazy blogger preferita?
La tecnologia degli avatar sta già rinunciando ai modelli in carne e ossa, sia nei servizi fotografici che nelle sfilate virtuali.
E gli attori? Sacrificabili. C’è già il primo film di 12 minuti completamente realizzato dall’AI generativa per immagini DALL-E 2 di OpenAI. Si chiama The Frost, buona visione!
Ma davvero ci piace questa roba?
Ma daai, io preferisco, ad esempio, il nuovo spot di Bleu de Chanel. Altro che Intelligenza Artificiale!
Qui il buon Timothée Chalamet diretto da Martin Scorsese mette in mostra tutta la sua intelligenza sexy e tutto il suo talento umano. Tanto tanto umano, compreso l’umanissimo buchino birichino sulla guancia.
Torniamo a noi. Dicevo, anche dal punto di vista del consumatore finale non sono sicura che la strada giusta siano gli assistenti virtuali.
L’esperienza complessiva di acquisto è qualcosa di soggettivo e, a volte, indecifrabile. E’ triste che tutto questo si riduca a un distaccato supporto virtuale, sulla base di profili creati attraverso un’incessante raccolta dati.
E comunque, chi traduce in giuste istruzioni e garantisce il famoso equilibrio, estremamente delicato, tra l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale e l’estro umano?
AI: implicazioni etiche e sociali, oltre che di gusto
Insomma, chi garantisce la bontà di AI? Chi veglia sul suo utilizzo?
Chi si impegna a sviluppare e a usare in modo etico e responsabile l’Intelligenza Artificiale?
Vogliamo ancora prendere tutto per buono e accettare sulla fiducia anche quello che non capiamo? Non capire non significa per forza delegare ad altri le decisioni che riguardano la nostra vita.
Ora vogliamo davvero arrivare al punto di delegittimarci da ogni responsabilità etica (o di gusto, perché no?) perché abbiamo delegato tutto (anche le colpe) a una macchina?
Prendiamoci il tempo necessario per comprendere. Comprendere, se non altro, che quando qualcosa stona va indagato al meglio delle nostre possibilità.
Quel che è certo è che non capiremo comunque tutto, anche perché non ci è dato sapere tutto. Tant’è, meglio stare sul chi va là, non farsi circuire (nemmeno sotto ricatto) e ascoltare tutte le campane, anche le più scomode.
Al momento sembra che la tanto perseguitata presunzione stia facendo meno danni della mite superficialità.
Il fatto che i rischi dello sviluppo incontrollato dell’Intelligenza Artificiale non siano di dominio pubblico non vuol dire che non esistano.
Signori, il momento è quasi arrivato: Terminator del 1984 (e ancora meglio, tutta la saga) è qui.
James Cameron si starebbe trattenendo dal completare la sceneggiatura del capitolo 7 finché la direzione proprio dell’AI non sarà più chiara. Ha dichiarato che non si tratta della tecnologia in sé, bensì di come viene utilizzata:
'Penso che l’AI possa essere fantastica, ma anche che possa portare letteralmente alla fine del mondo'
Bistrattate il cinema predittivo? Simili preoccupazioni sono sollevate anche dagli esperti, che segnalano:
'I potenti sistemi di Intelligenza Artificiale dovrebbero essere sviluppati solo quando saremo sicuri che i loro effetti saranno positivi e i loro rischi gestibili'
Vi ricorda qualcosa?