Ragazzi, che botta anche quest'anno.
L'ho già detto, sì, che la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia è sempre una magia? Una magia dolce e impegnativa, magnifica e frenetica.
Il team EventsImages ha colto tutto quello che poteva: momenti unici, caldo, freddo, brezza marina, red carpet stellari e film eccezionali.
Da dove parto? Parto da NAZA.
NAZA è il documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già coautori del premio Oscar No Other Land nel 2025) che ha vinto il Premio Speciale della Giuria e che si era aggiunto al Concorso ufficiale solo il 24 agosto, cioè un mese dopo la presentazione del programma.
Avevo già scritto l'articolo sulle mie personalissime attese. Avevo poi voluto scrivere, in extremis anch'io, un ultimo articolo prima della partenza per il lido, quasi a dirmi 'Sì, andiamo alla kermesse più bella del mondo, ma non dimentichiamoci come stiamo messi'.

Foto di: I Wonder Pictures
Ed eccolo il regalo. Questa inaspettata e miracolosa opera di inchiesta è prodotta dal The Guardian e da James Wilson attraverso la JW Films, con il regista Jonathan Glazer nel ruolo di produttore esecutivo.
Ebbene, Wilson e Glazer sono proprio quelli anche del magnifico La zona d'interesse del 2023 (Oscar Miglior film internazionale e Miglior sonoro). Tutto torna. E anche NAZA è un film necessario, asciutto e coerente.

Io ho visto il film la mattina del 10 settembre in Sala Darsena, in anteprima rispetto a quella che è la proiezione ufficiale coi registi (placando un po', a fine visione, l'incazzatura e la frustrazione feroci, che mi sono inevitabilmente salite, con Mattia Ferrari, lo youtuber Victorlazlo88, che ha ben recensito NAZA qui).
Quando poi in giornata ho saputo della standing ovation di venticinque minuti in Sala Grande, rispetto ai tre minuti circa di applausi nella mia, oltre a un certo sollievo e conforto circa le mie speranze sull'umanità, qualche domanda me la sono fatta.
Perché una platea si è infiammata, esaltata e sconvolta e un'altra meno? Perché questa differenza di reazione sulla stessa visione?
La mia risposta é che lo sdoganamento collettivo necessita dell'ufficialità. Come al solito, il nuovo mantra, la nuova posa, deve essere ammessa, legittimata e detta da qualcuno di altisonante. E ora lo dice Barbera. Il direttore artistico del Festival lo ha detto dal suo spazio più simbolico, per mano (e per applauso) di artisti e addetti ai lavori.
Il documentario, girato di notte sui tetti di Tel Aviv, si basa sulle testimonianze choc di ventiquattro ufficiali e tecnici dell'Intelligence israeliana che rivelano i sofisticati sistemi di IA della guerra tecnologica programmata da Israele per le uccisioni di massa a Gaza.

Il popolo israeliano è pesantemente manipolato dal governo. E noi? Anche noi abbiamo bisogno che qualcuno battezzi, pontifichi la nuova rotta da seguire.
Chissà da quanto il sistema cinema silenzia e boicotta ogni tentativo di aprire bocca sulle responsabilità di Netanyahu. Finché non è esplosa l’ovazione liberatoria in Sala Grande degli operatori della comunicazione, dei registi, dei dirigenti e dei rappresentanti ministeriali, finalmente non bloccati e silenziati.
In realtà, anche le proiezioni successive, per lo più per il pubblico pagante, sono state piuttosto composte e silenziose. Non credo affatto che le persone comuni siano meno schiacciate nella libertà di espressione, piuttosto c'è bisogno di tempo per assimilare il comando, il lasciapassare.
Ora l'argomento è improvvisamente e perfino diventato di tendenza. Ora non solo se ne può parlare liberamente, bisogna anche fare in fretta a rimodulare la propria posizione e le proprie etichette.
Ma quando smetteremo davvero di farci dire da qualcun altro cosa è bene e cosa è male?

Foto di: Valentina Gallimberti Ballarin / EventsImages