Mi ero ripromessa almeno un articolo sul capolavoro La zona d'interesse di Jonathan Glazer.
Eccomi, il film è del 2023, meglio tardi che mai.
Il momento potrebbe sembrare anacronistico, oltre che inadeguato: tra una settimana iniziano a Venezia le danze della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, invece quest'opera, prima che agli Oscar (Miglior film internazionale e Miglior sonoro), è passata per Cannes (Gran Premio Speciale della Giuria).
Allora perché guardo indietro? Perché, come ha dichiarato il regista e sceneggiatore inglese:
'Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente. Non per dire: Guardate cosa hanno fatto allora, bensì: Guardate cosa facciamo noi adesso. Il nostro film mostra a cosa porta la disumanizzazione, nella sua forma peggiore. Ha plasmato tutto il nostro passato e il nostro presente'.
Questo film, per me imprescindibile, ha un valore universale, perché non parla solo del passato, ma ci interpella sulla nostra stessa capacità di normalizzare le barbarie pur di preservare il benessere quotidiano.
Il tema dell'Olocausto, o meglio, della banalità del male, è sempre attuale e, nel mio caso, è una sorta di concetto fardello, inteso come modo di guardare il mondo, che mi accompagna in ogni cosa.
La zona d'interesse ha tuonato chiaro tre anni fa e continua a farlo nella mia mente. La prima visione è stata un'epifania. Finalmente il trauma mai superato e il mio vissuto si riconoscono in una forma e un'estetica appropriate.
Dunque ogni momento è giusto per scrivere di umanità e perdita dell’umanità. Ogni momento è giusto per suggerire questo film davvero importante a chi ancora non l'ha visto e per riflettere sulla sua drammatica contemporaneità. Perché ogni giorno, senza esclusione, l'assuefazione e la bolla in cui viviamo ignorano l'orrore circostante.

Foto di: A24
Il lavoro di Glazer è l'adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Martin Amis del 2014. Racconta la quotidianità del comandante di Auschwitz che vive nella deliziosa villetta direttamente adiacente al campo di concentramento. E' la storia della routine borghese di una famiglia tedesca apparentemente normale.
Rudolf Höss e la moglie Hedwig realizzano il loro sogno di una vita: i figli, la casa con piscina e giardino, il lavoro d’ufficio e le gite in barca, intorno al terreno (il termine Interessengebiet indicava i 40 chilometri quadrati amministrati dalle SS) separato dal lager solo da un muro.
Eppure l'atrocità non viene mai mostrata direttamente sullo schermo, il Grande Tema è messo in scena con originalità sottrattiva anti-spettacolare, fuori dalle retoriche e dagli automatismi commemorativi: non ci sono inquadrature empatiche, luci drammatiche e musiche patetiche per pilotare i sentimenti dello spettatore.
Il punto di vista, la prospettiva e, quindi, la somiglianza, non è quella con le vittime, ma con i carnefici.
Per questo trovo questo film davvero unico, riguardo il soggetto e in generale. E' potentissimo: bellissimo ed elegantissimo nelle immagini e devastante nel coinvolgimento morale e sensoriale.
Le ambientazioni vorrebbero essere idilliache, ma stridono rispetto alla rigorosa compostezza formale.
Lo sguardo è radicale: algido, distaccato, quasi da telecamera di sorveglianza. Le macchine da presa sono state infatti manovrate da remoto, niente operatori sul set con gli attori e Sandra Hüller (che ho adorato anche in Anatomia di una caduta di Justine Triet - Palma d'oro lo stesso anno a Cannes) è pazzesca. La sua interpretazione è molto fisica e terribilmente mostruosa.
Dicevo, centrale è la scelta di evitare l'addomesticazione emotiva comune e già digerita. Solo il sonoro evoca l'indicibile: i rumori sordi e persistenti e le urla di fondo sono opprimenti, un incubo. Insieme a qualche altro dettaglio raccapricciante da cogliere, sono l'unica percezione dell'orrore che si sta consumando a pochi metri di distanza. Voi non li sentite ancora?
La zona d'interesse mette in luce come le radici e gli egoismi alla base dei regimi totalitari nascano spesso nei piccoli spazi della vita di tutti i giorni e nei nostri comportamenti privati.
Il male inizia dentro di noi a partire dalla famiglia. Cioè la crudeltà sistemica non è solo opera di criminali e assassini conclamati, ma di persone comuni capaci di separare il lavoro quotidiano (di sterminio e/o di distacco) dalla dedizione ai propri congiunti e alla propria casa.
Ed è proprio la casa qui, a due passi dall’orrore ignorato, che diventa il simbolo della cecità, luogo dell'affetto familiare che si chiude in se stesso ed è insensibile alla tragedia circostante. L'odio e la distruzione possano convivere con la surreale serenità fatta di feste di compleanno, cura delle piante e giochi dei bambini. Anzi, traggono forza proprio dalla sfera domestica, dall'indifferenza di chi sceglie un ordine insensato per proteggere il proprio status quo.
Quanto ci interroga questo su noi stessi?
La propaganda è forma di governo
Il parallelo con il contemporaneo, dichiarato inequivocabilmente dal regista alla consegna dell'Oscar (e per questo aspramente criticato, ma anche supportato), è quello con i genocidi palestinesi e israeliani. Auschwitz non è solo il campo di sterminio fisico, è soprattutto l’emblema più appariscente e storicizzato di quello che succede anche ora nelle menti delle persone.
Io ci vedo di più. E' quello che continua a succedere, non solo circa la percezione della situazione in Medio Oriente, ma anche nel resto del mondo, benché più subdola. E' quello che sta accadendo su vari fronti, non solo quello prettamente bellico, ma anche cognitivo.
Trovo che la comunicazione occidentale sia la guerra stessa, la sua essenza: quando iniziano le bombe la guerra è già iniziata da anni, ma non ce ne rendiamo conto perché la chiamiamo conflitto, strategia, operazione, emergenza, parole meno feroci di guerra.
Trovo che oggi la rivolta morale, che molto spesso scaturisce dalla ripulsa fisica, sia più difficile, perché tutto è, sì, più raggiungibile virtualmente, ma meno con lo stomaco. La propaganda è difficile da scovare, da riconoscere, perché ne siamo immersi.
Abbiamo bisogno però di un nemico costante, da sacrificare sull'altare delle nostre debolezze. Gli abomini non sono solo quelli dei lager e dei genocidi più o meno documentati, sono anche quelli occultati, secretati e mascherati attraverso paure e distrazioni indotte. Sono anche certi ricatti deliberatamente perpetrati dai nostri governi e chiamati sicurezza e progresso, accettati e assecondati.
Siamo perennemente tenuti in scacco, manipolati, incapaci metterci in discussione e ribellarci.
Il film La zona d'interesse ci chiede di essere guardato con occhi non anestetizzati e autoassolutori. Perché anche noi, confortevolmente, ogni giorno, dentro la nostra 'zona di interesse', ci voltiamo dall'altra parte dicendo 'Rimaniamo amici':
Non ero interessato a fare un pezzo da museo. Non volevo che la gente avesse una distanza di sicurezza dal passato e se ne andasse senza restare turbata da ciò che aveva appena visto. Volevo dire che dovremmo sentirci profondamente insicuri per questa sorta di orrore primordiale che ci riguarda tutti.
Ero determinato a non fare un film sul passato ma sull’oggi perché questo non è un documento. Non è una lezione di storia. È un avvertimento'.

