Sono stata alla preapertura dell'ultima bellissima mostra di Anish Kapoor a Venezia.
In occasione della 61ª Biennale Arte, l'artista britannico di origine indiana ha riaperto la sua fondazione a Palazzo Manfrin (acquistato nel 2018) con una personale che intreccia modelli architettonici e installazioni.
Kapoor è uno degli scultori più influenti della scena contemporanea mondiale. Ma questa mostra in particolare, aperta al pubblico dal 6 maggio fino all'8 agosto 2026, mostra come, in fondo, l'architettura sia il suo destino.
Anish Kapoor: Palazzo Manfrin costruisce un percorso nel tempo e presenta l'approccio distintivo e rivelatorio dell'artista rispetto lo spazio dell'oggetto e il suo potenziale nel creare nuovi spazi nel nostro incontro con esso.
Palazzo Manfrin, lo storico edificio cinquecentesco nel sestiere di Cannaregio, riunisce circa 100 opere che documentano progetti, realizzati e non, degli ultimi 50 anni di attività, insieme ad una serie di sculture di grandi dimensioni e a specchio.

Foto di: Daiana Bianco / EventsImages
L'esposizione racconta l'origine di opere architettoniche e scultoree entrate nell’immaginario collettivo: strutture monumentali centrali nella sua ricerca, che hanno ridefinito il rapporto tra scultura, spazio pubblico e percezione. Un racconto che però non guarda solo alle opere iconiche, quanto ai territori di confine in cui la sua scultura ha progressivamente sconfinato nell’architettura.
L'architettura dunque è la conseguenza estrema della scultura?
Non conoscevo tantissimo l'opera di Kapoor e quello che mi hanno subito provocato le sale, trasformate in esperienze immersive, è stato un generale e inaspettato senso di disorientamento. Fin dall'ingresso, con l'opera Ga Gu Ma del 2012, ad esempio, una sensazione di repellenza e magnetismo, ma anche di cantiere dentro un altro cantiere, mi hanno guidata per quasi tutta la permanenza alla mostra.
Impossibile rimanere indifferenti a masse di cemento che oscillano continuamente tra artificiale ed organico, tra lavorazione meccanica e materia corporea. Così come, proseguendo, è impossibile non immergersi in diversi materiali che sembrano generare naturalmente un proprio linguaggio visivo e percettivo.
Le superfici cromate e specchianti, come quelle dell'installazione Descent into Limbo del 1992, producono forme fluide e futuristiche, capaci di alterare la percezione dello spazio e del corpo. Le opere in sabbia e pigmento, invece, appaiono più vicine a una dimensione naturale e sedimentaria, come se emergessero da processi geologici o organici.
Anche i modelli architettonici esposti, più che oggetti conclusi, appaiono come frammenti di un pensiero ancora aperto. La personale restituisce così l’impressione di un laboratorio in cui nulla appare definitivo, ma tutto rimane in divenire. L'esposizione sembra prendere forma in uno stato di materia inquieta e trasformazione continua.
Insomma, una bella esperienza visiva e sensoriale vi aspetta. Qui il necessario per prenotare la visita.
Palazzo Manfrin poi risulta particolarmente adatto al lavoro di Kapoor perché è ancora in fase di ristrutturazione. Proprio la condizione storica, ma sospesa dell'edificio, non sovrasta le opere e, a sua volta, non viene nascosto da queste ultime, rimane invece visibile in tutta la sua dialogante dimensione incompleta. Il restauro amplifica il carattere processuale della mostra, come se la scultura, l’architettura e il palazzo stesso si trovassero all’interno del medesimo spazio di costruzione continua.
E chi trovo negli spazi della mostra nella giornata dedicata alla stampa e agli ospiti, tra stilosissimi galleristi internazionali, giornalisti di Domus e di Marie Claire? Patty Smith!
Per dirla allora alla Kapoor:
'Da tempo pensavo al mio lavoro come a una potenziale architettura. Sono sempre stato convinto dell'idea che per creare nuova arte bisogna creare nuovo spazio'.

